CIAO MACELLARETTO / In ricordo di Livio Cori

Piccolo nel fisico, ma grandissimo nel cuore. Così era Livio Cori, scomparso lo scorso 4 dicembre a 58 anni non ancora compiuti. Li avrebbe festeggiati il 23 dicembre ma un brutto male lo ha sottratto all’amore della famiglia, degli amici, e dei tanti che lo conoscevano.

I suoi genitori Bruno Cori e Assunta Ciciliani, originari di Ostra in provincia di Ancona, erano arrivati qui nel 1950 lasciando il lavoro da mezzadri che svolgevano nelle Marche e avevano aderito alla Cooperativa S.A.C.C.Di. (società anonima cooperativa coltivatori diretti) che fondò le borgate di Castelverde e Villaggio Prenestino.

Terzo di tre fratelli – Ferdinando nato nel 1942 e scomparso nel 2012, e Orialdo nato nel 1952 – Livio era nato l’antivigilia di Natale del 1961. A tre anni non ancora compiuti aveva iniziato a frequentare l’asilo di Suor Dolores, a via Santa Maria di Loreto, dove si era guadagnato l’appellativo affettuoso di “topolino”. Già da ragazzino aveva iniziato a seguire la mamma e il papà nei lavori dell’orto e del banco di frutta e verdura che i genitori avevano al Pigneto. Poi alla fine degli anni settanta era entrato a lavorare nella macelleria di famiglia – aperta dal fratello Ferdinando nel 1964 e poi rilevata da Orialdo sette anni dopo, prima che nel 1986 diventasse il Centro Carni Fratelli Cori – dove avrebbe lavorato per i successivi quaranta anni.

In mezzo tanta vita: gli amici, il matrimonio con Loredana, la nascita delle figlie Federica e Alessia, gli ultimi anni con la compagna Aurica e il cagnolino Mushu.

E poi la sua grande passione: la Juventus. Una passione che condivideva anche con le figlie: “Era l’appuntamento della domenica – raccontano Federica e Alessia – stavamo tanto tempo insieme quando andavamo allo stadio, era sempre contento, anche se la Juve perdeva, per lui era uno svago dal lavoro”.

“Erano momenti bellissimi – gli fa eco l’amico e compagno di tante trasferte in bianconero, Nando Carfagna – lo vedevi che stava bene. Non si lamentava mai, anche se c’erano da fare trasferte lontano con l’aereo. Anche se lui preferiva il pullman; a lui piaceva tornare da Torino subito dopo la partita, la notte stessa, così poteva arrivare in tempo a casa per andare a lavorare; c’era di bello che lui a differenza mia sul pullman dormiva! Era una cosa che non toglieva tempo al lavoro, il lavoro per lui era la cosa centrale”.

Una persona di cuore, altruista, umile, generosa. Così lo ricorda chi lo ha conosciuto. “Finché lo vivi tutti i giorni non te ne accorgi, ma ora che non c’è più tantissime persone mi vengono a dire com’era mio padre con loro, oppure quante cose vengo a sapere, capiamo com’era anche per le altre persone e prima non ce ne rendevamo conto, vengono a farmi i complimenti per come era lui e mi dicono cose di cui vado fierissima, vuol dire che negli altri ha lasciato qualcosa d’importante”, dice Federica.

Tanti i ricordi che tornano a galla parlando di Livio. Come le tante domeniche passate insieme alla comitiva storica a fare scampagnate, come a Campegli, in montagna, dove “si facevano tanti giochi all’aperto – racconta Alessia – campana, pallavolo, giochi che facevamo noi bambini ma in cui anche lui partecipava volentieri. A vederlo così sembrava burbero invece quando si stava tutti insieme era il primo che si buttava nel gioco. Quando c’era il carnevale si mascherava spesso, da Flinstones, o con le parrucche più strane; poi sul lavoro tornava tutto d’un pezzo”. “La cosa più importante che ci ha insegnato è la dedizione al lavoro, al sacrificio – continua Alessia – questi valori sono per noi basi importanti”.

Legatissimo alla comunità di Castelverde, dove aveva le sue radici, era sempre disponibile a dare una mano, ricorda Nando, era uno che non diceva mai di no, ha sempre partecipato alla vita del quartiere, facendo parte della Polisportiva, dando una mano alle feste dell’associazione Castellaccio, preparando i panini di Sant’Antonio per la Parrocchia. Amava tanto il Castelverde che era prima, continua Federica, meno dispersivo, quel senso di comunità fatto di rapporti umani e amicizie. “E il lato umano delle persone era quello che contava di più per lui – prosegue Orialdo – era molto altruista, se c’era da aiutare qualcuno era sempre il primo a partire. In quarant’anni di lavoro siamo sempre andati d’accordo, ci compensavamo bene, ci sono state le discussioni come è normale perché ognuno la può pensare in modo diverso, ma siamo sempre andati avanti insieme”. Manca Livio, manca alla sua famiglia.

E manca agli amici. Gli amici di sempre, quelli veri, che con lui hanno condiviso tutto, pezzi di vita, vacanze, gioie, dolori, risate, lacrime. Sono un fiume in piena, Nazzareno Girolimini, Patrizia D’Amata, Giovanni Bocchini e Stefania Costantini quando parlano di Livio. O “macellaretto”, come lo chiamavano. Un’amicizia durata tutta una vita.

Con Nazzareno si conoscevano da quando avevano due anni, cresciuti insieme. “Da ragazzini ne facevamo di tutti i colori – racconta – gli schiaffi che abbiamo preso tra la sora Assunta e mia madre! Come quando giocavamo a tirarci la calce addosso, per noi era neve. Da piccolo fregava gli ortaggi alla sora Assunta, la madre, e faceva il mercato davanti casa, a 10 lire al chilo”.

Difficile raccontare un solo episodio vissutto con Livio, è un insieme di vita e di sfumature che fanno capire che tipo era. “Lui era così – racconta Giovanni, che conosceva Livio da quando avevano quattordici anni – era una scheggia impazzita in mezzo a noi, era imprevedibile. Se non ci vedevamo tutti i giorni ci sentivamo, come si fa tra fratelli”.

In tutte le foto, ricordano gli amici, Livio stava sempre in mezzo a Nazzareno e Giovanni, alti il doppio, “eravamo i suoi bodyguard”, dicono ridendo.

“Abbiamo passato tanti, tanti anni di vacanze insieme – racconta Patrizia – all’inizio eravamo un gruppo anche più nutrito di sei, sette coppie, con undici bambini tutti nati con un anno di distanza l’uno dall’altro, pensa che baraonda! Si parlava di tutto, si discuteva di calcio, di politica. La cosa più bella era lo stare insieme, a prescindere dall’occasione, poteva essere anche solo il caffè alla mattina o l’aperitivo la sera dopo il lavoro”.

Tanti gli aneddoti, gli episodi divertenti, che tornano alla mente degli amici. “Come quella volta che eravamo in ferie in Trentino a San Martino di Castrozza – raccontano – era il periodo che era uscito Harry Potter al cinema. Per entrare nella stanza d’albergo c’era la tessera, una delle prime volte che si usava, allora lui l’aveva infilata ma ‘sta porta non gli si apriva, allora siccome aveva visto da poco il film di Harry Potter, Macellaretto faceva il gesto della magia e diceva: “apriti…apriti!”, proprio come faceva Harry Potter. Aveva una gestualità buffa”.

“Ci manca – dice Stefania – era una persona che aveva le sue qualità e i suoi difetti, ma era comunque una persona vera, era lui, era parte della nostra famiglia: anche se uno ha dei difetti, lo accetti, ormai fa parte di te. Ce l’hai marchiato a fuoco addosso, faceva, anzi, fa parte di noi. E’ come se fosse sempre qua. Non c’è fisicamente ma spiritualmente c’è sempre”.

E da come ne parlano Livio c’è sempre davvero.

Sembra che da un momento all’altro debba uscire dalla macelleria, col passo svelto e il berretto col camice bianco addosso.

(Fabrizio Petrolati)